Anna Della Rosa interpreta il testo tratto dal romanzo di Michela Murgia. Al centro della regia di Veronica Cruciani, il confronto di Maria con il passato, il dolore e il perdono
Dopo il successo della scorsa stagione, Anna Della Rosa torna al Teatro Duse di Bologna lunedì 9 novembre, alle ore 21, con Accabadora, lo spettacolo tratto dall’omonimo romanzo di Michela Murgia, vincitore del Premio Campiello 2010. La trasposizione teatrale porta la firma di Carlotta Corradi, mentre la regia è di Veronica Cruciani, che sceglie la forma del monologo per raccontare la storia dal punto di vista di Maria, figlia d’anima di Bonaria Urrai, l’accabadora di Soreni.
Al centro della vicenda, ambientata in un immaginario paese della Sardegna, c’è il rapporto tra Maria e Bonaria. A sei anni, la bambina viene affidata alla donna, una sarta che vive sola e che, secondo un’antica tradizione, esercita anche il compito di accompagnare alla morte le persone in fin di vita. Il termine accabadora deriva dallo spagnolo acabar, che significa finire.
Maria cresce accanto a quella che considera una seconda madre, una figura autorevole, colta e attenta, dalla quale si sente profondamente amata. Fino a quando scopre il segreto di Bonaria e, incapace di accettarlo, decide di fuggire e lasciarsi alle spalle il passato. Anni dopo, però, torna al capezzale della donna. È il momento in cui si compie uno dei doveri della figlia d’anima: assistere il genitore adottivo fino alla fine, in un legame che nasce da una forma di adozione concordata tra la famiglia naturale e quella affidataria.
La drammaturgia di Carlotta Corradi prende le mosse proprio da questo ritorno, concentrandosi sul tempo della separazione e sulle ferite che continuano a segnare il rapporto tra le due donne. La rabbia di Maria per il tradimento subito riemerge con forza, incrinando il tentativo di aggrapparsi ai ricordi più belli. Il confronto con la madre adottiva diventa così anche un viaggio nella propria coscienza, tra amore, dolore e bisogno di riconciliazione.
“Da subito – spiega Veronica Cruciani nelle note di regia – ho immaginato il dialogo tra Maria e Tzia Bonaria come un dialogo tra sé e una parte di sé, tra una figlia e il suo genitore interiore. Per questo, ho voluto realizzare uno spazio astratto, mentale, nel quale Maria cerca di rielaborare la morte della madre adottiva. Ciò darà origine ad un conflitto tra due aspetti di Maria: la parte rimasta bambina e la parte che deve diventare adulta. Il video mi ha permesso di rendere visibile le dinamiche emotive e relazionali tra queste due parti. La pedana sospesa crea una divisione tra l’attrice e il pubblico, è la gabbia mentale in cui Maria è intrappolata e di cui riuscirà a liberarsi soltanto alla fine, compiendo il fatidico gesto richiesto dalla madre. O meglio, ripetendolo davanti alla sua coscienza e al pubblico che la assolverà. Lo spettacolo, visto come una rêverie che si ripete ogni giorno uguale a sé stessa, troverà in questa sofferta ripetizione del gesto la sua risoluzione, permettendo a Maria di uscire dall’ossessione e di andare in una nuova direzione di vita”.
Una storia che, al di là dei temi dell’eutanasia e dell’adozione, affronta soprattutto la complessità del legame tra madre e figlia. È questa la chiave di lettura scelta da Carlotta Corradi. “Sebbene il romanzo sia spesso ricordato per due temi estremamente attuali quali eutanasia e adozione – racconta Carlotta Corradi – nella mia percezione è stato fin da subito un’indimenticabile storia d’amore. In questo caso, tra una figlia e una madre. In questo caso, non la madre naturale. Ma l’altra madre. Un amore costruito giorno dopo giorno, per questo simile a un legame sentimentale, fondato sulla scelta; e come ogni rapporto madre-figlia è destinato a uno strappo, a un momento in cui la bambina diventa donna, fino a diventare madre della madre. Per me il passaggio più difficile, e ancora incomprensibile, nella vita”.
È proprio quello strappo a segnare il destino di Maria. “Nella storia di Maria e Tzia Bonaria lo strappo è talmente forte che Maria, anziché crescere, decide di fuggire nel continente. Quando torna, – prosegue Corradi – nonostante siano passati anni, Maria è rimasta adolescente. Per questo, ho scelto come punto di partenza della mia drammaturgia la fine del romanzo: il momento in cui una Maria, intrappolata nel suo essere figlia, si ritrova a dover essere madre. Tutta l’intensità di quest’ultimo tempo accanto alla Tzia è dato dai passaggi non compiuti, dalle cose non dette, le accuse non fatte, l’amore non richiesto. Una volta affrontate le negazioni, Maria è pronta a esplodere in un gesto finale che è un ultimo ed essenziale atto d’amore che la figlia d’anima compie verso sua madre e che la farà diventare una donna”.
Scopri di più da Musicorner
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
